Dieci anni per riavere il figlio: ora vorrebbero metterlo in un’altra comunità

Pubblicato Dom. 14/10/2018 - 10:21
Dieci anni per riavere il figlio: ora vorrebbero metterlo in un’altra comunità

Il progetto di rientro non è ancora iniziato e il bambino non ha ancora incontrato la mamma. Dopo le proteste del legale e dei consulenti della mamma cinese i servizi sociali di Venezia si sono eclissati.

Milano-Venezia. La cameretta è pronta con il lettino e tutti i suoi nuovi giocattoli: aspettano un bambino che per un tragico equivoco è rimasto lontano dalla sua mamma per quasi dieci anni.

Nel mese di agosto del 2018 i giornali avevano riportato l’incredibile storia di questa famiglia e la decisione del Tribunale di riportare il bambino in famiglia.

Eppure, dopo mesi, non è ancora successo nulla di concreto.

Come ci riferisce il legale della mamma, Francesco Miraglia, conosciuto in tutta Italia per le sue battaglie coraggiose per i diritti dei bambini e delle famiglie, mamma e bambino non si sono ancora incontrati, anzi il nuovo Servizio Sociale del Comune di Venezia avrebbe addirittura proposto di trasferire il bambino dalla provincia di Milano a una comunità del Veneto.

“Questo bambino non è un pacco postale, ma soprattutto quanto sta accadendo è gravissimo.”

Sostiene l’avvocato Francesco Miraglia.

“Come si può parlare di giustizia? Come si può definire serio un paese dove neanche il provvedimento di un tribunale viene rispettato proprio da quegli operatori che agiscono per conto anche dell'autorità giudiziaria? Ancora più grave è che questo caso non è l'unico ma quasi una regola per alcuni assistenti sociali. Come possiamo essere uno stato di diritto quando si è forti con i deboli e deboli con i forti?”

L’odissea di questa famiglia è iniziata circa dieci anni fa. La mamma, cinese e sola in Italia, si era allontanata da una comunità del milanese per trovare lavoro convinta che, com’è usanza comune in Cina, in seguito avrebbe potuto riprendere il bambino. Un «tragico equivoco», dovuto a «barriere linguistiche e culturali»: per i Servizi Sociali fu considerato abbandono e il bimbo venne collocato in un’altra famiglia. Per anni lo ha potuto incontrare poche ore al mese in ambiente protetto, facendosi migliaia di chilometri tra il Veneto, dove vive attualmente, e la Lombardia. Era stata persino aperta la procedura di adottabilità.

Ma questa mamma non si è arresa e ha incaricato l’avvocato Miraglia di difenderla. Inoltre si è rivolta al Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani che è intervenuto a fianco della famiglia con una raccolta firme.

Alcuni mesi fa, la vicenda pareva essersi risolta positivamente quando il Tribunale aveva reintegrato la madre nella propria responsabilità genitoriale, disponendo che andasse a vivere con lei con un «graduale ricongiungimento». I giudici Marino e Cogliandolo, infatti, avevano scritto che «quello che va certamente valorizzato è che la signora non ha mai inteso abbandonare il figlio», con il quale «è presente, e vive una relazione di attaccamento».

Dopo la decisione dei giudici, la mamma e il suo nuovo compagno hanno incaricato due pedagogisti professionisti di stilare un progetto di rientro, e definire un percorso volto favorire un rientro positivo del piccolo, giudicando che “oggi [la mamma e il compagno] sono pronti ad accogliere il bambino.

Sia il Progetto di rientro sia la Relazione di tale percorso sono stati inviati all’assistente sociale che, inspiegabilmente, ha proposto di collocare il bambino in una comunità, in altre parole, avrebbe dovuto andare in un ambiente a lui totalmente sconosciuto dove si sarebbe dovuto riambientare nel corso del progetto di rientro in famiglia. Tale eventualità è stata sconsigliata vivamente da entrambe le professioniste. L’avvocato ha scritto una lettera ai Servizi per chiedere spiegazioni. Da allora non si sono più fatti sentire. Nel frattempo il bambino continua a vivere a Milano, lontano dalla sua mamma e dalla sua famiglia.

“Chiediamo al Sindaco di Venezia e al Tribunale di intervenire immediatamente per riportare un po’ di sanità in questa vicenda e per fare giustizia per questo bambino.”

Dichiara Paolo Roat, Responsabile Nazionale Tutela Minori del CCDU Onlus.

“Parecchi anni fa si era prospettato il rientro a casa del bambino, impedito però da un professionista secondo cui il bambino era immaturo dato che «gli piaceva giocare a nascondino». Ci chiediamo se dietro la proposta indecifrabile dell’assistente sociale, non ci siano certe teorie psichiatriche che tendono a medicalizzare qualsiasi comportamento umano. Violare superficialmente il diritto di un bambino a crescere ed essere educato nella propria famiglia, dovrebbe essere considerato un reato, e i professionisti che, propugnando e applicando certe teorie, disgregano le famiglie, dovrebbero essere giudicati secondo tale ottica.”
 

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